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Diana blefari melazzi foto

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MILANO
Voleva morire e lo aveva annunciato. Rimanendo per sempre «un’irriducibile». Ma chissà cosa passava davvero per la mente minata di Diana Blefari Melazzi, la brigatista condannata all’ergastolo per l’omicidio di Marco Biagi, suicidatasi in carcere a Roma due giorni fa. La sua morte, i suoi «misteri», riaprono un nuovo caso sul sistema carcerario e suscitano polemiche. I suoi legali accusano: «Le valutazioni fatte sulle condizioni di salute di Diana Blefari, sono state inquinate dal tipo di reati per cui era in carcere e non dal suo reale stato di salute». Come dire: se non fosse stata una brigatista, forse non sarebbe morta. E ancora: «Le sue opposizioni a farsi curare sono state interpretate come un atteggiamento ideologico e non come un atteggiamento schizofrenico. Non c’è stata prevenzione, ha prevalso l’atteggiamento punitivo».

Dichiarazioni, insieme a quelle della sorella, del ministro Alfano e perfino dei magistrati di Bologna, che infiammano i siti web antagonisti facendo tornare concetti e dichiarazioni che paiono ripescati dagli incubi degli «anni di piombo»: «Onore alla compagna Diana, assassinata dallo stato borghese e imperialista», scrivono su siti come Indymedia, «Solidarietà Proletaria», o «Collettivo comunista milanese», dove si parla di «suicidio di Stato».

Una cosa sola è sicura: Diana Blefari era una donna sola e malata, le cui condizioni di salute sono state sottovalutate. Certo lei voleva morire: «Aiutami a morire in modo indolore». Così diceva in un’intercettazione captata a Rebibbia durante uno dei suoi colloqui con Massimo Papini, l’uomo con cui Diana aveva avuto una relazione in passato, l’unica persona che accettava ogni tanto di vedere. «Ogni volta che andavo a trovarla mi diceva di volersi uccidere», conferma la sorella Alessandra Blefari Melazzi. Per questo quella della brigatista è diventata «una morte annunciata, un suicidio di cui c’erano tutti i segnali». Secondo Antonio Coppotelli, consulente psichiatrico di parte, Diana «aveva bisogno di trattamenti coattivi. Andavano messi in atto cure di prevenzione anche se lei si opponeva».

Chi era allora Diana Blefari in carcere? La brigatista che conservava ancora tanti segreti delle nuove Brigate Rosse e che adesso in ogni caso ha portato con sè nella tomba, oppure una malata di mente che andava innanzitutto curata? Le intercettazioni, le lettere scritte a Papini, che lei stessa aveva contribuito a prosciogliere da un’accusa di fiancheggiamento terroristico, raccontano di una persona disperata, ormai distante dalle questioni politiche: «Sono pentita, non ne posso più di stare così. Aiutami ad uscire di qua». Parole che sono state interpretate come la volontà di iniziare un percorso collaborativo. Ma quale «pentimento» o «dissociazione» sarebbero mai stati possibili per una malata come lei? Quale credibilità avrebbero potuto avere le sue dichiarazioni? Sempre ammesso che davvero Diana Blefari avesse imboccato una strada del genere.

Ieri la Procura di Bologna ha precisato che Diana venne ascoltata all’inizio dell’anno per sondare una sua eventuale disponibilità a collaborare con la magistratura: «Ma lei disse che non voleva collaborare in alcun modo». Gli inquirenti emiliani hanno confermato di essere al corrente dei problemi psichici della donna. Ciò nonostante, ieri il Guardasigilli Angelino Alfano, dopo aver annunciato l’apertura di un’inchiesta amministrativa per verificare le condizioni di detenzione della brigatista, ha spiegato che sono stati i giudici di sorveglianza «a stabilire che Diana Blefari Melazzi fosse non incompatibile con lo stato di detenzione carceraria».

Rivendicando quindi che «non spetta al ministro decidere chi deve o non deve restare in carcere». E che qualcosa non abbia funzionato lo conferma anche l’ex sottosegretario alla Giustizia con delega alle carceri Luigi Manconi: «Sollecitai l’amministrazione penitenziaria a seguire con particolare attenzione una persona reclusa che già allora mostrava evidenti segni di instabilità psichica. vennero fatte decine di perizie, tutte con diagnosi inequivocabile: “gravi disturbi mentali”».  





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